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sabato 30 agosto 2014

Il boicottaggio del canto mancato

Vi racconto di un canto. E di come mi fu di grande giovamento (per dirla con gli antichi).
È un canto che si canta in coro, ma volendo anche semplicemente da soli, sotto la doccia, mentre si falcia, mentre si temporeggia alla fermata del bus o si fischietta per nascondere di averla fatta grossa; è un canto fantastico, avendolo scritto io.
No questa è una bugia; non il fatto che sia fantastico, ma che l'abbia scritto io. Io ho solo aggiustato la metrica e messo la musica; il testo me lo portò ormai parecchi anni fa il Francesco Roncalli di Cà Loz, detto "Biscio". "Arda se te ghe rìet a fà det vergòt!" mi disse. Che non era uno sproloquio, come potrebbe sembrare, ma un invito a ricavarci qualcosa di musicale.
Ormai sono 15 anni da che mi sono messo a dirigere il coro della Combricola, che un tempo era un gruppo di amici camminatori e canterini e molto altro, e poi è diventato il Coro CAI Valle Imagna. Per me è praticamente una seconda famiglia, e non starò a dilungarmi sulla sua storia perché ciò merita come minimo un altro post, che scriverò come sempre nella prossima pausa tra i miei connaturati picchi di pigrizia creativa.
Insomma, fin da subito, quando iniziammo il coro, il Biscio iniziò a produrre testi poetici, fatti di immagini plastiche, ruspanti, genuine e profonde. Esattamente impastate quindi della natura del canto popolare.
Un giorno quindi mi arrivò con un fantastico notturno dedicato alla Valle Imagna; ci lavorai e ne venne "Aldemagna al ciar de lüna". Ormai lo avremo cantato qualche miliardo di volte, e più lo sento... "più ti piace!" direte voi. 
Ebbene no, più lo sento, e più mi convinco che sono un cazzone e che avrei potuto scriverlo decisamente meglio. La storia della musica è piena di testi alla cui mediocrità ha riparato mirabilmente la veste sonora; il mio è precisamente il caso opposto: il testo salva una scrittura musicale che è a dir poco immatura, spigolosa, ruspante. Ma, potenza della sinergia creativa, il canto ha un suo fascino.
Tutto ciò venne immortalato, complice ignaro mio padre, durante una delle numerose avventure del coro.

Non mi ricordo esattamente che anno fosse; il coro della Combricola venne invitato a cantare ad un cenone di capodanno alla Villa Ortensie di Sant'Omobono Terme, la storica villa "dol sciùr Rossi", con annessa porcilaia, poi riattata a Hotel Termale, sita dopo Cà Bertola, sopra le altrettanto storiche terme solforose comunali. Tra parentesi, è di assoluto fascino il fatto che, tra zolfo e porcelli, l'acqua della fonte abbia acquisito le tanto decantate proprietà benefiche. (Bevetevela voi, comunque).

Insomma, venimmo invitati a questo capodanno. Fu un evento mondano a tutti gli effetti, con vips vari, credo pure politici. Il tutto venne poi ripreso da TeleLombardia. Il coro ovviamente fremeva; la sola idea di comparire in televisione dava alla testa, nemmeno fossimo stati invitati a San Remo.
Io, scettico per natura, uso a vistose punte di cinismo e paranoia, avevo accettato la cosa di malavoglia; di TeleLombardia francamente non me ne poteva fottere di meno e il nome di quella televisione mi faceva solo venire in mente le pubblicità dei telefoni erotici che guardavo di nascosto nottetempo da ormonale adolescente. Tra l'altro venivamo già da un'esperienza televisiva deprimente vissuta grazie alla stessa simpatica rete, invitati a partecipare nel contesto di un contenitore di "musica popolare", durante il quale, in due ore e passa di trasmissione, cantammo forse un paio di pezzi, e per il resto facemmo da fondale rustico, rigorosamente in piedi, ad artisti di chiara fama quali I Girasoli, I CantaMilano, Enrico Musiani, Tex Willer, Paperoga e via dicendo. Delle telefoniste erotiche, ovviamente, nessuna traccia.
Ad ogni modo, i ragazzi erano troppo entusiasti, e in qualche modo glielo dovevo, anche solo come ricompensa per la sempre ammirevole dedizione al coro. Quindi, eccoci al capodanno. Destino volle che quella sera avessi 39 di febbre e un raffreddore epocale, ma mi toccò esserci uguale.
Essendo ambientata la trasmissione nel cuore della valle, per far sentire un sano prodotto locale, volli far cantare precisamente "Aldemagna al ciar de lüna". Ma l'imprevisto si verificò nel momento esatto in cui ci apprestammo al canto. All'epoca, ogni brano veniva introdotto da una presentazione di mio papà; si sfilava dal coro, inforcava gli occhiali, leggeva gli appunti scritti coscienziosamente di suo pugno, riponeva gli occhiali e ritornava nel coro; quindi si attaccava.
Quella volta, come molte altre volte del resto, fece però di testa sua. Anzichè leggere solo la breve presentazione, probabilmente considerando che saremmo volati nel network globale, decise che doveva leggere tutto il testo del canto, in modo da facilitare l'uditorio mondiale nell'ascolto; e poichè il canto è in dialetto valdimagnino, dopo il testo lesse anche la traduzione. I tempi televisivi, si sa, sono incalzanti. Se ti dicono "2 minuti", quelli sono. Avvenne allora che mentre mio papà leggeva tranquillo, declamando beato il suo testo, il regista e il presentatore presero a scalpitare e imprecare silenziosamente con la bava alla bocca. Volevano il canto loro, mica una lettura poetica. Io intontito dalla febbre, ero imbarazzatissimo. Finito di leggere il testo con lentezza salmodica, mio papà si tolse gli occhiali e come fece per ritornare nel coro, pronto ad intonare il canto, si sentì uno scroscio di applausi. La claque era partita, ci fu il lancio della pubblicità, la trasmissione venne sospesa. Il presentatore, un tipo belloccio dalla faccia incazzata sempre, con l'aria di uno che non sai mai se ti stia prendendo per il culo (tra l'altro ora fa il politico, mi pare), ci diede una bella lavata di capo. La nostra esibizione era finita. Del bel canto si poté sentire solo il testo recitato. Profetico, direi, no?

Ovviamente, capirete, all'epoca mi incazzai come una iena con mio papà. Oggi ho una visione completamente opposta di quella vicenda. Mi piace pensare che mio papà abbia voluto boicottare quella orribile trasmissione e tutto il mondo fittizio della televisione di matrice commerciale, fatto di sorrisi e applausi finti, di puro estetismo senza alcuna sostanza, lanciando un monito al coro: "non ficcatevi più in puttanate del genere". E così è stato.
Così, ecco come, contro la frenesia del tutto e subito e del "ciò che il pubblico vuole", mio papà si mise a leggere con calma granitica un delicato testo valdimagnino, che inneggia al silenzio e alla contemplazione notturni.
A ripensarci, sorrido di gusto.

Ecco il testo:

Quando'l sul el se slontana,
pusa i fò dol Pertusì
entat che'l Pai le specia i stele,
berlùs ol ciel du blö turchì...
Belasì spunta la lüna,
fò söl col de Malanòc 
col Rasigù de sentenèla
che'l fa la guardia dè e noc...

La rösada sura i piöde
ol so ciar la fa berlùs
la Aldemagna la se stèma,
la fa de spec al sò bel müs 
Suna i ure i campane,
canta i gai fo 'ndi polèr
senza rumur se smorsa e stele
e belasì se sveglia'l sul...

Aldemagna al ciar de lüna
al ciar de lüna e sota e stele
te sì öna di piö bèle.

E la traduzione

Quando il sole si allontana
dietro i faggi del Pertusì
mentre la Costa del Palio aspetta le stelle
il cielo splende d'un blu turchese.
Pian piano spunta la luna
sopra il Colle della Malanotte
con il Resegone di sentinella
che fa la guardia giorno e notte

La rugiada sopra i tetti
fa risplendere il suo chiarore
la Valle Imagna se ne gode
e diventa uno specchio al volto lunare.
Le campane suonano le ore
cantano i galli nei pollai
senza rumore si spengono le stelle
e pian piano si sveglia il sole. 

Valle Imagna al chiaro di luna
al chiaro di luna e sotto le stelle
sei una tra le più belle.

E già che ci siamo, la cantiamo:



martedì 8 aprile 2014

Carnevale (odio il)

Odio il carnevale. Visceralmente. Non è un odio immotivato; c'è un'antipatia a pelle che risale alla mia infanzia e, credo, alla mia prima delusione amorosa.
Credo fossero i primi anni delle elementari; e come in tutte le scuole elementari che si rispettino, tutti bisognava fare il carnevale. Un dictat che se non rispettato precludeva l'accettazione nel gruppo. Vestirsi da deficienti, soffiare stelle filanti, lanciare coriandoli, mangiare chiacchiere, scherzare per forza, giochi di gruppo, felicità fittizia benevolmente esposta.
L'unica cosa che mi piaceva del carnevale era che la nostra maestra poi, nel pomeriggio del martedì grasso, ci invitava a casa sua e si faceva una festa solo per la nostra classe; c'erano un sacco di cose da mangiare e io scoprivo i popcorn e la coca cola, che era tabù perchè, dicevano, conteneva una droga che creava dipendenza e per la mia mente ingenua e bambina era un attimo rivestirla con il fascino del proibito e del peccato.
A casa della mia maestra c'erano un sacco di cose che non avevo mai visto, anche una tastiera bontempi a ventola con i pulsanti per gli accordi che per me aveva il fascino di un Cavaille-Coll. C'erano le sue figlie che erano più grandi e già molto belle e noi le si vedeva come due principesse già use al mondo, perché erano le figlie della maestra, e perché probabilmente mangiavano popcorn e coca cola tutti i giorni.
Ma soprattutto a casa della mia maestra c'era la mia maestra, che io adoravo. Ma adoravo proprio; e la mia non era solo stima e rispettosa venerazione per colei che cercò di piantarmi nel cervello i pilastri dell'istruzione e della cultura. Era molto di più; insomma, io ritenevo la mia maestra una gran gnocca.
E allora ogni pretesto era buono per farmi bello ai suoi occhi; ed ero gelosissimo. Cercavo di primeggiare in tutto perché lei mi notasse.
Quell' "in tutto" aveva ovviamente oggettive limitazioni; una su tutte era la ginnastica, in cui sono sempre stato una vera schiappa, mentre i miei compagni maschi erano a confronto degli stambecchi. Soprattutto il Domenico e il Roberto, che correvano come degli ebefrenici e avevano una resistenza fisica da balilla. Domenico poi aveva inventato un modo di correre che invece del comune pugno-chiuso-avambracci-alti-in-alternanza, prevedeva avambracci ribassati, sempre in alternanza, con l'estensione del palmo delle mani a dita unite. "Si taglia l'aria, così" diceva. 
Quando si giocava a "Prendersi" o a "Toc" - evoluzione del Prendersi in senso futurista, sia per la velocità dell'azione che non richiedeva l'afferrare ma anche un semplice sfiorare, sia per la sostituzione dell'infinito riflessivo sostantivato con l'onomatopea - era impossibile sfuggirgli. Era anche un maestro del "ri-Toc"; cioè, quando si veniva presi, o meglio, "toc-cati", se si era abbastanza veloci, si poteva subito "ri-Toc-care" il cacciatore che non era stato abbastanza svelto nello scappare dopo la "Toc-cata". Se eri cacciatore e avevi il culo di raggiungere il Domenico e sferrargli un Toc, manco ti accorgevi, che lui ti aveva già rifilato un ri-Toc e contemporaneamente sfondato lo sterno.
Domenico tra l'altro, a palla prigioniera, tirava di quelle sberle che ti stendeva sulla ghiaia del cortile e restavi lì mezzo morto finchè non arrivava la bidella al pomeriggio a dirti che la scuola era finita ed erano iniziate le vacanze. Un giorno cercai di emularlo, mi uscì un tiro della madonna, ma presi dritta dritta in pancia la Patrizia, che tra l'altro era la mia morosina, e che quindi non mi guardò più per una settimana almeno.
Il Roby poi aveva anche le mucche; e quindi, quando si faceva scienze, lui era sempre sulla bocca della maestra perché lui era un esperto di animali. Cioè, i suoi aveva un allevamento bovino e di diritto lui aveva anche una laurea in scienze agrarie? Che cazzo di logica. Poi un giorno si organizzò addirittura una gita d'istruzione al Piazzo dove aveva casa, terreni, stalla. Insomma, fu dio per un giorno. Per me, l'inferno. Ovvio.
Anche l'Ettore era più veloce di me, ma con lui ero più indulgente, se non altro per questioni territoriali, essendo entrambi del Pa-da-gris. Finita scuola, io e lui avevamo il privilegio di salutare per ben due volte la maestra, sissignori. Finita scuola la maestra saliva sulla sua Lancia Delta HF e partiva alla volta di casa, a Selino basso; la strada che doveva fare era dunque dalla Piazza Mazzoleni, arrivare giù al Centrale, svoltare a destra e imboccare il Viale alle Fonti. Il nostro territorio. Allora, noi prima si salutava il Delta HF tutti insieme in piazza. Poi il Roby passava la Morla e andava verso il Piazzo mentre il Domenico si arrampicava su per il Rizzolo con le donne della alta; e io, l'Ettore, la Consuelo e la Federica giù per la scorciatoia a volo spaccacaviglie, taglia il Pettola sul ponticello, sbuca a lato del vecchio filatoio, su alla svelta sul provinciale, e vai col secondo saluto alla maestra che passava. Solo che io arrivavo ultimo; e quindi praticamente salutavo il baule del Delta HF.
In tutto ciò, non mi rimaneva allora che essere perfetto a scuola. E devo dire che non me la cavavo male. Ma testone come pochi, finivo in eccessi. Come quella volta in geografia. Reduce da una verifica praticamente perfetta sulla montagna, avevo abbracciato il partito montano a tal punto che rigettai totalmente la controparte, ossia il mare, bollandolo come roba da femminucce. Notoriamente la montagna è più maschia, no? Così, militante del Nuovo Partito Montano, lanciai filippiche contro tutto ciò che aveva sentori marini, arrivando pure a rifiutarmi di svolgere verifiche sull'argomento; fu poi la maestra a condurmi a più miti consigli.
La mia gelosia si riversava anche su concorrenti più importanti; in terza elementare infatti arrivò il maestro di matematica. Il terribile maestro Rosario, che era la versione siciliana di Antonello Venditti. Non che facesse alcunché di strano per alimentare chissàcchè gelosia; però era un pari della maestra, e forse anche un po' beccone, e quindi lo si guardava con sospetto.
Lui non dava voti secondo la normale scala riconosciuta di male, bene, bravo, bravissimo, ottimo e declinazioni varie. No, se andavi bene lui dava "ok!", una parolina che sapeva di moderno e che quindi era tabù quasi come la coca cola della maestra. Se andavi male dava "male". Così ti ritrovavi, già in tenera età, incasellato in un inequivocabile schema manicheo. O pecora o capro. Inoltre il maestro aveva un'ossessione per le biro "Bic" e aveva avviato una vera e propria campagna di eliminazione sistematica delle Papermate cancellabili. "Solo Bic!" era il suo motto; tant'è che ci venne il dubbio che avesse qualche interesse a riguardo; tipo che acquistasse azioni Bic in borsa o roba del genere.
Comunque, per tornare al carnevale. Fu proprio in occasione di una di queste insulse ricorrenze che, colto da trauma, mi risolvetti di desistere dalle mie mire conquistatorie. 
Eravamo in piazza. La festa impazzava e tutti si ostentava allegria. Non so come, ma qualcuno doveva aver avviato un giochino coi coriandoli che contagiò anche la maestra. Il giochino consisteva nel chiamare uno alle spalle, farlo girare e di botto lanciargli una manciata di coriandoli in faccia. Fu così che totalmente ignaro mi sentìi chiamare da dietro dalla maestra, mi girai istantaneo e, forse complici le adenoidi, mi ritrovai un pugno di coriandoli in gola gettati dalla mano di lei. Tutti a ridere. Io a sputacchiare invece, e trattenere i lacrimoni, perchè colei mi aveva tradito.
È precisamente per questo che odio profondamente il carnevale.  




prima fila, da sinistra: Patrizia, Roberto, Federica, Ettore;
seconda fila, da sinistra: Moira, Elena, Consuelo, Irene;
terza fila, da sinistra: Io, maestra Tiziana, Domenico.


venerdì 4 aprile 2014

Le sommarie escursioni di FM #1 - Costa del Palio

Sperimentazione. Domenica mattina mi concedo puro ossigeno valdimagnino e mi inerpico su per la Costa del Palio, sopra Fuipiano. All'inizio del sentiero mi viene questa malsana idea: «ma perchè non faccio un reportage dell'escursione?». Detto, fatto. Solo che io non sono un regista, i mezzi che ho sono decisamente precari e le conoscenze del luogo sono per lo più affettive e decisamente lacunose. 
È così allora che nasce un' "escursione sommaria".
Buona visione.






lunedì 10 marzo 2014

La grande retata del '93 e il Diario segreto di Max

Era la primavera del '93. Era l'età in cui normalmente gli ormoni esplodono sottopelle, soprattutto se la pelle è quella di un branco di adolescenti chiusi tra le mura di un seminario, costruito come fortezza sui bastioni della Città Alta di Bergamo, circondato da viette dove sul far del disgelo amano passeggiare leggiadre e spensierate procaci universitarie dagli abitini svolazzanti. 
Chissà se i geniali architetti e geometri che hanno progettato quella spirituale fortezza in sì ameno loco, oltre che a fare scempio col cemento di secoli e secoli di storia romana e longobarda (vedasi a tal proposito l'interessante volume "La grana del Seminario" di Carlo Simoncini), avessero pure in testa quella sottile tortura ormonale cui vennero sottoposte orde di ingenui seminaristi ivi ospitati negli anni successivi alla ristrutturazione.
Scempi a parte, era la primavera del '93; e come tutti i quindicenni che si rispettino, sentivamo prepotente il richiamo della fica. Solo che, a differenza di tanti coetanei che pescavano a man bassa la materia prima frequentando licei e istituti traboccanti del mondo secolare, noi non si aveva affatto materia prima. Al massimo si poteva sperare in qualche incontro ravvicinato rincasando il sabatodomenica. Allora i più arditi, tornando sul colle la domenica sera, raccontavano di pazzesche avventure erotiche (innocenti limoni, o poco più) avute nei meandri di qualche oratorio o sugli spalti di qualche stadio paesano, galeotta qualche partita alla buona del csi il sabato pomeriggio, o nel dopocatechismo ai crocicchi delle strade, di nascosto dagli occhi della pettegola gente di paese. 
Ci fu un giorno in cui però il peccato mise davvero piede tra le mura della fortezza; qualcuno con fare davvero eroico osò; e, merito suo, comparve beffardo e danzante il demonio tra noi.
Il demonio aveva allora la forma variopinta di giornaletti porno delle più variegate fogge. 
Ah, il giornaletto porno! Quanta poesia. In un epoca in cui basta un click per poter accedere senza particolari restrizioni a virtuali supermercati di pornografia, il pensiero al giornaletto da nascondere e spiare in segreto rimanda a un mondo innocente e perduto che fa tenerezza. Un po' come le ragazze Cin Cin di Colpo Grosso, con i capezzoli coperti da stelline, o il video di Boys Boys Boys di Sabrina Salerno col costume bagnato. 
Insomma, si iniziò un fitto commercio sottobanco di sensuali figure muliebri da far impallidire anche Al Capone all'epoca del proibizionismo. La fervida creatività che ci caratterizzava portava ad escogitare i più svariati espedienti evasivi, dal mascherare la merce all'interno di vecchi Rocci in posti defilati della libreria personale, al ricavare specifiche nicchie a combinazione negli anfratti dell'edificio; qualcuno più spavaldo si permetteva di nascondere il materiale nel cassetto in camera; certi trovarono rifugio in qualche falsostipite della palestrina, mentre altri che avevano accesso alle aule studio di musica arrivarono a sfruttare le casse armoniche dei pianoforti.
L'oliato meccanismo del contrabbando ad un tratto però si inceppò; colpevole forse una soffiata, o uno dei prefetti (gli assistenti più grandi) dall'occhio più vigile che aveva mangiato la foglia, il movimento venne scoperto. Fu così che le autorità diedero il via ad una maxiretata antiporno di proporzioni epiche.
I prefetti ebbero licenza di perquisire, sequestrare e financo di uccidere. Il materiale scovato veniva prontamente ritirato e (forse) distrutto.
Poi iniziava il terrore. 
Nel silenzioso pomeriggio di studio, un prefetto entrava nelle aule e sostava sulla porta; passava un cospicuo lasso di tempo, durante il quale il suo sguardo vagava sulle teste tremanti piegate sui libri in parvenza di studio; quando giudicava tra sé che aveva infuso abbastanza terrore, pronunciava un cognome. Il malcapitato di turno, dopo aver domato il leggero infarto che lo colpiva, si alzava e veniva condotto nello studio del "Cage", il vicerettore (così soprannominato non perchè assomigliasse a Nicolas Cage, ma perchè aveva la costante espressione di uno seduto sul water). Ricordo lente processioni di condannati con gli occhi vòlti, chi rassegnato, chi terrorizzato, ai compagni che occhieggiavano in muta solidarietà dalle vetrate delle classi. 
Su tutte però, merita particolare menzione la personale tragedia di Max B.
Max B. era un tipo decisamente simpatico e anche un po' fuori di testa; lo soprannominavamo cavallo, sia perché aveva la corsa delicata di un puledro in calore, sia perché, appunto, era matto; da allora, per l'appunto, si dice "matto come un cavallo". Insomma, Max B. fu preso come tutti da quell'anomala scossa ormonale del '93 e fu uno dei più stimati collezionisti degli ambìti giornaletti. Ora, il mondo in quel frangente si divideva in due grandi categorie, gli Osservatori e i Procacciatori. In genere i procacciatori erano ovviamente anche osservatori, ma non necessariamente. C'era anche chi si limitava a procacciare per il gusto di procacciare. Max B. fu però il primo a rientrare una terza categoria, assolutamente più completa e matura, quella di Creatore. Dopo essersi fatto il polso (in tutti i sensi) sul campo, iniziò a imbastire tutto un florilegio di racconti similerotici con la gustosa grammatica del quindicenne ormonico; i racconti venivano redatti su di un quaderno segretissimo a cui lui solo aveva accesso, e che non poteva che chiamarsi "Il diario segreto di Max". Purtroppo l'opera andò perduta proprio in occasione di quella grande retata; l'eredità Maxiana fu raccolta più tardi da Roby L. che tuttavia epurò la sua opera da qualsiasi deriva erotica in senso carnale e vi diede un'impronta più classica, riesumando addirittura l'espediente della donna schermo, giungendo a raffinate punte d'amor cortese.
Qualche fortunato che potè visionare il perduto diario è pronto a giurare che Max B., nel preciso momento in cui veniva depredato della sua opera, fosse sul punto di scrivere il suo Pensiero Ultimo, il sigillo alla sua epica fatica letteraria.
Pare che sull'ultima pagina del Diario, lasciata ahimè in bianco, figurasse l'eloquente titolo: Il Sesso.
Ma null'altro a nessun è dato saper. 



lunedì 3 marzo 2014

Dal barbiere

Di nome fa Dino; di professione: barbiere. Su uno spuntone di terra che si tuffa nel tirreno, a ponente del pelago, la botteguccia di faccia alla piazzetta del vecchio Bordighera, lui è lì senza più barba ne speranza. La barba però la fa venire a te quando inizia a raccontare che "un tempo era tutta un'altra cosa", che "una volta si stava meglio", che "non ci sono più i bei tempi passati". 
Ero in vacanza con la mia famiglia, con la Kika abbronzata e donna e mamma e Irene che scopriva il sale nell'acqua ciucciandosi bellamente il suo gommone esploratore. Quel pomeriggio decido di tagliarmi i capelli perchè a quanto pare col capello corto sono più fico (e perchè incipiendo la calvizie, il capello corto funziona bene da maschera). Mi trovo a Bordighera allora, e c'è la bottega di Dino il barbiere. E siccome voglio fare un tuffo nel passato, ficco dentro la testa e chiedo lo scalpo. Ma quando gli chiedo cosa si può vedere di quella fetta di terra ligure, Dino mi delude, mi delude molto, ancorato al suo paranoico attaccamento all'età dell'oro di Bordighera. Prima era tutto bello, ora fa tutto schifo. E i giovani. E il lavoro. E gli anziani. E il tempo libero. «Ho una casa su ad Apricale, maaa... che vuole che sia?». Dino mi delude, mi delude molto.
Allora, accomodato sulla vecchia poltrona che un tempo vide la venerata mietitura del capello importante del vecchio Bordighera, mi irrigidisco di colpo, gli blocco il braccio e gli dirigo le forbici alla gola e con forza disumana e grido d'animale gli recido di netto la carotide; un fiotto di sangue mi inzuppa il braccio, uno schizzo lorda lo specchio della dolce vecchia botteguccia del vecchio Bordighera. Mi guarda inebetito mentre il velo della morte si stende sui suoi occhi opachi e vòlti alla venerata età dell'oro.
Non è vero nulla. Ma Dino è morto uguale. È morto dentro.
E allora Irene spara una delle sue bombe atomiche sul divano di pezza di quel ricettacolo di noia. Via di là. Su ad Apricale, a mangiare zozzerie fritte e zabaione alla faccia di Dino.
Di nome fa Giulia; di professione: barbiera. Sul lato che un tempo vide passare il trenino per Limbiate della vecchia via Imbonati, lei è lì che sa dire solo "buongiolno" e "taliale capeli". È arrivata dal profondo Est col suo bagaglio di speranza di nuova vita e il benestare del rosso governo cinese che invia i suoi pargoli alla conquista del mondo storto occidentale.
Mi offende, mi offende forte, quando entro a tagliare il capello, per essere più fico (e perchè, incipiendo la calvizie, il capello corto è pur sempre un buon rimedio). Mi offende forte e mi dice «tu pelato, no taliale tanto; talia poco; poi tolnale; io talio melio». Mi offende, io non sono ancora pelato, io sto incalvendo, non ho ancora dichiarato apertamente che geneticamente la mia testa si trasformerà in un piazzale ai caduti, come il cugino Giuseppe (il che prova che la calvizie è genetica, e non serve a nulla ricorrere a ritrovati balordi per eccitare la riscrescita; se però penso che mio fratello e le mie sorelle hanno delle selve in testa, dico che la genetica è una fottuta bastarda che spara sul mucchio a cazzo senza un preciso piano programmatico). 
Giulia mi offende, mi offende forte; ma non la ucciderò, per ora. Giulia mi serve, mi fa sentire a casa in un posto dove sono andato ad abitare sradicandomi dal mio passato. So che se scendo in strada ho un posto dove tagliarmi i capelli; so che lei non si lagnerà per il bel passato andato, ma guarderà al futuro con la sottile speranza che un giorno tutti andremo in giro con gli occhi a mandorla e 36 miliardi di capelli in testa.
Perchè il mio momento è qui ed ora. Fottiti Dino; e brava Giulia (abbasso Vasco).

lunedì 11 giugno 2012

La vecchia 1100 del babbo di Giuseppe...

Guccini e i Nomadi. Il primo lo adoro, i secondi li detesto. Sarà perchè in valle erano il gruppo di punta quando iniziavo a suonare, e allora tutti chiedevano: «Fai su Vagabondo!» ("fai su" nel vernacolo sta per "intona..."; ma anche "rollane una o uno", oppure anche roba più esplicitamente sessuale, nel qual caso è "fammi su"). A me Io vagabondo sta veramente sul cazzo. È un pò come quando a un coro di montagna chiedono di cantare "Signore delle cime"... basta, ha rotto, è decisamente decadente.
Ad ogni modo, Guccini e i Nomadi nel '79 registrarono un live fantastico, molto rock blues, con un bontempistico Beppe Carletti all'hammond e un grande Flaco Biondini alla chitarra. Il concerto si chiude con Statale 17, introdotta dai soliti cappelli iniziali alla Guccini, che poi sono il bello dei suoi concerti. «[...] dice: quella sera partimmo, John, Dean e io sulla vecchia Pontiac del '55 del babbo di Dean e facemmo tutta una tirata da Omaha a Tucson.... porco che roba! Poi lo trasformi in italiano e diventa: quella sera partimmo con la vecchia 1100 del babbo di Giuseppe e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a Sant'Anna Pelago....non è la stessa roba! Gli americani ci fregano con la loro lingua....».

Io la fiat 1100 me la ricordo bene. Mio papà l'aveva grigio fumo londra, aveva la mascherina frontale con sguardo feroce ed effettivamente incuteva un certo timore. Non come la '500 che fa simpatia, o la '600 che sembra Poldo col panino in bocca. La 1100 aveva qualcosa di scontroso, alla "cazzo guardi?". La parcheggiava sotto il balcone e per farlo doveva infilarsi tra la scala che portava al piano di sopra e il muro di facciata della casa. Praticamente un lavoro da cecchino austriaco. E non ha mai sbagliato un colpo.
Mio fratello ci giocava con la 1100. Nel senso che ci saliva e fingeva di guidare. L'abbiamo fatto tutti no? Però lui aveva anche il passeggero. Io, ovviamente. Che ovviamente non mi ricordo nulla. Avrò avuto una manciata di anni. Insomma, lui stava al volante e io gli facevo da navigatore e ci passavamo il tempo immaginando viaggi e gare di rally.
Un giorno la 1100 era parcheggiata nel garage, no nel sottoscala; ora, per arrivarci, a casa dei miei, c'è una bretellina che sale dalla provinciale. Se giri a destra c'è il garage. Il garage è in piano, ma la stradina che ci arriva è in salita. Decisamente in salita. Insomma, da che mi racconta, qual pomeriggio siamo sulla 1100 e si viaggia alla grande. Nello smanettare col cambio, l'idiota, lascia la leva in folle. Dopo pochi secondi, la 1100 inizia una lenta e inesorabile retromarcia, rivelando che in realtà il garage proprio in piano non è (alla faccia delle bolle dei magutti valdimagnini...). Panico. Mio fratello, ovvio. Io mica mi accorgo. Lui vola giù dalla macchina, si mette a culo della 1100, si puntella sui piedi e tenta disperato di bloccarla. Niente da fare. Allora lascia che l'inesorabile accada. L'auto se ne va con sopra un'inconsapevole navigatore. L'inesorabile prende poi la forma di una 1100 con le ruote posteriori penzolanti nel vuoto del muretto antistante il garage...
Io non me ne ricordo proprio nulla, ma mi piace immaginare la scena di me che saluto sorridente dal finestrino un mio fratello che invecchia all'istante di 1100 anni.

Vabbè ma mio fratello è uno che ci teneva ad avere il navigatore con sè. Aveva un Califfone della Atala. Rosso fuoco. Ogni tanto mi portava a spasso; mi ricordo che giravamo per il paese a distribuire gli avvisi per i prelievi dei volontari AVIS. Lui stava in sella a smarmittare, io ad ogni tappa smontavo, suonavo il campanello, lasciavo l'avviso, rimontavo, ripartivamo, via, nella vischiosa afa d'estate. E nel tornare da Selino verso Mazzoleni, appena prima del "Mulincampagna", sulla destra avevamo il nostro autogrill; uno spiazzo a fianco della strada dove dare sosta al nostro peregrinare. Sistematicamente, arrivati, mi diceva "varda un pò la marmitta che fa uno strano rumore..."; io scendevo, guardavo "bo, non mi semb.." e quel bastardo sgasava via. Si spingeva via anche con le gambe, in un aracnomovimento scoordinato ma efficace. Tutte le volte. Non so chi dei due era più coglione.

Ma la più bella l'ha fatta con il 131 Supermirafiori 1300 TC. Gran pezzo di macchina; quando lo prese, mio padre si era sentito il più figo della valle. Trazione posteriore, figata, potessi averlo io ora (e pisciassi benzina...). Insomma, presa la patente, dopo qualche anno divenne la macchina ufficiale di mio fratello. E via in giro per la valle, in derapata con la trazione posteriore che sembrava il Generale Lee di Hazzard.
Una sera era in giro con mio cugino. Mio cugino faceva su macchina in movimento quello che io un tempo facevo su macchina ferma: navigatore. Ma no navigatore improvvisato lui, navigatore vero. Gli dettava il percorso, gradi delle curve, rettilinei, tempi, tutto. E ovviamente indossavano il casco. Il rettilineo che parte dal Centrale (passa sotto casa) e arriva a Selino era il tracciato di maggior brivido; toccavano anche i 70 e gli 80. Via!
A metà (poco dopo sotto casa) ci sta il deposito legname dei Durì. Sul piazzale d'ingresso talvolta ci stanno i carabinieri che fermano le macchine per regolari controlli. Quando si mettevano lì, noi da casa li si vedeva, e allora "ocio che gh'è i carabenèr!". Bene, quella sera "ocio che gh'era i carabenèr...". Li fermano, senza sospetti, normale controllo. Il brigadiere si avvicina al finestrino e fa per chiedere quello che chiede di solito un carabiniere. Io non c'ero, ma mi vien da ridere a pensare alla scena in cui due rusteghi campioni di rally abbassano piano il finestrino a manovella, sorridono stoccafissamente da dietro le visiere dei caschi e un brigadiere brianzolo spedito in valle per chissà quali colpe, prima incredulo e poi sornione, se ne esce: "Wue Alboreto, come la mettiamo qua?!".
Fossi stato io il navigatore, mica lo beccava il controllo...

venerdì 1 giugno 2012

Ago di cipresso o sogno di mezza primavera

Passeggio e affondo le mani nelle tasche fino a sentirmi rassicurante il profilo dei boxer aderente morbido alla pelle. Gelsomino nell'aria, inebriante e nauseante insieme. Vertigine e vomito. Bisogno di aria depurata di tangenziale. È solo un sogno ubriaco. Quella notte fa caldo. E c'è sibilo notturno continuo. Frequenza seghettata insistente penetra senza ritegno in padiglione auricolare, sbatte sul martello, sbatte sull'incudine, sballotta la vena giugulare, preme insistente sulla staffa, la chiocciola vibra, eccita il nervo acustico, frigge il cervello, logora l'essere. Azione. Mi alzo. Nel corridoio giallotico il neon rimbalza al ritmo di samba. Improvviso un balletto e lo stiletto ho stretto nella destra. 
Oddio, eccoti qui, lungo il corridoio, di questa vita, e ti ricordi, ma quanti ricordi, rimembranze, viale delle, sei come un ago di pino cembro infilatosi nei miei boxer e io sono incapace di estrarlo. L'ago.
Sul viale delle rimembranze. In ogni città è la via dei cipressi. I cipressi come il mio stiletto. L'ho nella destra, c'ho appena ballato una samba, perchè se c'è una cosa certa è che mi sta sul culo qualsiasi ballo latinoamericano e ancora di più quegli idioti che ci fanno le foto per i manifesti dei corsi con i sorrisi più idioti della loro idiozia. I manifesti sul viale delle rimembranze, tu sei il mio ago di pino, sei il sorriso fasullo sul manifesto del viale delle rimembranze, io sono sul viale e il neon balla la samba. La reazione è immediata, il mio stiletto ti penetra dritto nel timpano e la seghettata si spezza immediatamente, il tuo incudine non produrrà mai più alcun suono, fottuto moog scassato del cazzo da 3000 euro per collezionisti. Spingo e ti entro nel cervello, spingo e passo all'altro timpano e suono la quinta ta ta ta taaa, spingo ed entro nel viale delle rimembranze, dritto nella tua tomba, spingo e attraverso la cruna dell'ago di pino mentre annaspo in apnea nel tuo sangue che è già morto e per questo lo chiameranno campo di sangue, ballando il samba delle neone, il tango delle capicipresse. Zam Zam.

sabato 18 febbraio 2012

Scemo #2

Qualche anno prima che mi venisse la sciagurata idea di rinchiudermi in seminario, dove avrei vissuto per anni rendendo cotidie laudi a Domineddio, forgiando il carattere nella preghiera, nella carità, sorbendomi una messa al giorno, una confessione ogni due settimane, un bicchiere d'aranciata al pranzo del giovedì, la pizza al martedì, qualche clandestina birra notturna al circolino di Città Alta, etc. etc., con pensieri ed azioni volte al solo sereno esercizio di castità e purezza (questa è una sonora cazzata), qualche anno prima, dicevo, conducevo una vita più o meno normale come ogni ragazzino della mia età. Di ragazzini della mia età vicino a casa mia c'era l'Ettore, detto Ettore "Pegàzza" perchè discendente dall'omonima nobile famiglia (da noi ogni famiglia ha un soprannome che non sai mai se puoi dirlo o meno: qualcuno lo accetta di buon grado e se ne fa un vanto, qualcun altro si incazza come una biscia). Comunque l'Ettore dei miei coscritti era quello che abitava più vicino, giù al "Padagrìs". Poi c'era Domenico che abitava in alto, al "Rizzolo", e il Roby che abitava al "Piazzo". Ma erano troppo lontani per incursioni brevi. Per quelle c'era l'Ettore. All'occasione si aggiungeva suo fratello, il Beppe, due anni più grande, fanatico Atalantino, oppure l'Andrea "Stéla", suo coscritto e fratello della Consuelo, coscritta nostra, che però non era spagnola. Poi c'era il Matteo "Barbisù", il Silvio "Barbàia", il Luca Rossi, un pò di gente insomma. Il mio soprannome è "Genàro" ma non l'ho mai sentito dire. Forse neanche gli altri hanno mai sentito i loro. Anche perchè, se ti sbagli a dire il soprannome, non sempre ti va bene: qualcuno lo accetta di buon grado e se ne fa un vanto, qualcun altro si incazza come una biscia.
Siccome non c'erano facebook e puttanate varie, a quei tempi si giocava fuori per strada o per i boschi. Noi in particolare avevamo come punto di riferimento il grande parcheggio del "Moderno", il bar gestito dai "Barbisù" con un glorioso passato da albergo per i birri milanesi che passavano la stagione balneare (????) da noi. Mia mamma mi raccontava che, quando i danarosi birri arrivavano, mia nonna la costringeva ad andare ad aiutarli a scaricare le valige dalle corriere in modo che racimolasse qualche mancia. Oh, non sparate subito la sentenza di sfruttamento minorile: le economie famigliari non conoscevano ancora forme di capitalismo nucleare interno. C'era piuttosto una sorta di comunismo domestico, ci si dava una mano anche così una volta. E comunque avessimo dato ascolto a mia nonna adesso saremmo un tour operator.
Ma torniamo al parcheggio. Sul parcheggio si faceva di tutto, dal nascondino al "prendersi", al rialzo, al toc, ma soprattutto partite all'asfaltacalcio. Che è come il calcio normale solo che se cadi ti sbucci di più. Il campo è di regola un poligono irregolare e c'è da prendere a pallonate le macchine parcheggiate. Si gioca rigorosamente su terreno asfaltato. Mica come il calcio normale. Quella è roba da fighette col cerchietto nei capelli. La porta è la "clèr" (saracinesca) di un garage che dà sul parcheggio. Si gioca in due squadre ma il portiere è uno solo e rigorosamente neutrale. Anche perchè la clèr è una sola.
Il parcheggio però si prestava agli usi più svariati.
Una sera d'estate che il sole si attardava ridente sulla gobba del Tesoro sopra Costa, decidemmo di usare la clèr del parcheggio del Moderno per una gara con le bici. Anzi, più che una gara trattavasi di vera e propria prova di coraggio. Bisognava partire dal fondo del piazzale e pedalare a tutta birra fino alla clèr. Vinceva chi inchiodava il più tardi possibile. Lo scarto dalla clér si misurava in suole di scarpa, possibilmente i numeri più piccoli.
Parte il Giuseppe, fratello dell'Ettore, sgomma in stacco sulla sabbietta in limitar di strada, accellera con veemenza e scarta all'ultimo con frenata laterale posteriore: 5 suole; non copre nemmeno il marciapiede di cemento tra l'asfalto e la clèr.
Ettore. Partenza, impennata a due sussulti, accellerazione spasmodica, frenata articolata con impuntata su ruota anteriore e sollevamento su ruota posteriore: 2 suole, molto buono.
Matteo "Barbisù". Largo giro di ricognizione, rincorsa, decisa virata verso la clèr, retroinchiodata con scarto laterale che lambisce la clèr, lieve sussulto della lamiera, sgommata di ripartenza; praticamente ha vinto e con eleganza.
Andrea "Stela". Graziella d'ordinanza; partenza fiacca e progressiva accellerazione, clamorosa inchiodata con ruota anteriore, rischiosissimo slittamento laterale, controllo allabenemeglio, uscita: 8 suole, scarso.
Io. Bici cross "Re de Foss", freni a tamburo e forcella ammortizzata telescopica modello "dune". Sollevamento sui pedali, poderosa spinta da fermo, sostanziale perdita completa di potenza, tramutata secondo il principio di conservazione della massa, in sgommata. Ripresa con foga, accellerazione, impuntamento sui pedali, avvicinamento ultrasonico, freno a tamburo, no, freno a tamburo, no, freno a tamburo, no freno a tamburo fanculovincoio! ...Clèr!
Vittoria!
Rientro a casa felice con moto sussultorio in stile cammello. Ruota anteriore fieramente ovale.
Scemo ancora.

lunedì 18 luglio 2011

Scemo #1

Pensiero inattuale: penso che l'afa di luglio sia una cosa fantastica. Anzi, penso che l'afa di luglio sia una cosa fantastica se la puoi combattere a suon di frescura. Acqua. Ingollata sbrodolandoti tutto, senza ritegno.  Perchè l'acqua fresca te la godi al massimo solo quando l'arsura è insopportabile. E con questo ho scoperto niente.

Nelle mie pedalate estive mi piace raggiungere mete dove so che c'è una fonte d'acqua fresca ad aspettarmi. Dalle mie parti in particolare ne ho localizzate due che sono una meraviglia e sono del tutto complementari. Una si trova sulla strada che collega Roncola a Costa, poco sopra l'albergo Canale. È un'acqua dolce, freschissima, ingannevole perchè essendo dolce crea dipendenza e ne berresti in continuazione e poi t'impozzi. L'altra si trova accanto all'edificio dell'acquedotto di Gerosa, proprio alla fine del paese, dove parte la carrozzabile per Blello. È un'acqua amara, a tratti salata, freschissima, ingannevole perchè essendo amara crea dipendenza e ne berresti in continuazione e poi t'impozzi. È incredibile come anche in questo gli opposti vadano a braccetto. Eraclito era un figo.
Comunque, ad entrambe le fonti occorre arrivarci, pedalando e sudando di brutto. Si trovano tutte a monte e occorre conquistarsele.

L'altro giorno decido di salire in Gerosa. Scendo da Sant'Omobono fino a Clanezzo e poi, dopo Ubiale, risalgo la Val Brembilla, passo il capoluogo e con un agile salita che conta due tornanti sono in Gerosa. Se attraverso il paese, c'è la fontana che mi aspetta, sempre pronta. Poi rientro da Blello.

A luglio però non posso aspettare di arrivare in Gerosa per bere. La sete mi viene prima. O almeno il desiderio di sciacquarmi la bocca da quella pasta di bava che mi si crea a forza di pedalate. Allora borraccia. Che riempio a casa o a una fonte di poco conto alla partenza, e che penso sempre di svuotare e riempire alla prossima fonte fresca.

Dopo la cava all'inizio della Val Brembilla la strada costeggia il fiume e arriva sotto la frazione di Cà Morone che qualche anno fa venne falciata da una frana gigantesca. Fu l'anno dell'alluvione. Piovve di brutto e vennero giù terra, strade, case. Venne su la protezione civile e anche il Presidente di allora. Ciampi.
È prima di arrivare a Cà Morone che, ricordo, mi sembra, c'è un fontanile. Ottimo per il cambio acqua! È lì, dopo il muro di contenimento della strada, due gradini e tac! Acqua. Quella che ho è calda ormai e fa anche schifo, la butto. Sì la butto, via, riempio con quella fresca, vai. Giù la bici, qua la borraccia, via il tappo, schaffff sull'asfalto d'un botto, bon, cià qua..ma...cos'è sto tubo di plastica?? Tutto impastellato di melma?? Sembra 'na zucchina ostia!
Insomma l'acqua vien giù dal bosco, chissà da dove, fidati te a berla, che non prendi il cagotto poi...
Ben.
E adesso su, senz'acqua, su in Gerosa, che la fontana ti aspetta! Scemo!

La prossima volta controllare potabilità dell'acqua nuova, prima di versare il prezioso liquido vecchio sull'asfalto.

domenica 16 gennaio 2011

Filufilà Stdschhhhhhhhhh Tum tum tum tum

Al mio paese c'è la banda. Ch'io sappia c'è da sempre, cioè almeno da quando ci sono io. Il Corpo Musicale Giuseppe Verdi di Sant'Omobono Terme. Adesso la banda è un lusso e un bel momento di ritrovo e di musica. Una volta era diverso. Intanto una volta quasi ogni paese aveva la banda. C'era quella di Cepino, poi quella di Locatello, quella di Berbenno. E per un paese come quelli di dove sono io la banda era una questione d'orgoglio e di emancipazione. Era un pò il biglietto da visita culturale per i foresti. Tanta musica, tanta cultura. E si facevano a gara tra loro le bande, a chi suonava meglio, che poi è come dire a chi trombava di più. Nel senso della tromba, ovviamente. E quelli che suonavano nella banda avevano tutti una marcia avanti. Perchè loro indossava una divisa, e sapeva leggere almeno su un rigo. Se senti parlare oggi qualcuno che suonava e poi ha smesso perchè e percome, bè, tutto questo lo percepisci. Come se ti capita di parlare con lo Zefirino, che suonava il trombone, ma non se la cavava malaccio pure con il bombardino. Cos'è il bombardino? Il flicorno no? E flicorno baritono. Quando te lo dice sembra che ti sveli un segreto iniziatico, e scandisce "B A R I T O N O". E io faccio finta di aver scoperto una cosa strepitosa, che un flicorno possa essere un baritono. E lui è felice. Il punto è uno: cosa cazzo è un flicorno? No appunto. E' tipo un corno, o una tuba. Insomma, è un tromba un pò più grossa di una tromba. Un tromboide. Sempre nel senso della tromba, ovviamente.
E Zefirino ogni tanto mi racconta certe storie della banda. Come quella del Cornelio Löegia. Insomma, quelli che suonava da tempo nella banda lo facevano con una certa scioltezza. Vietato farsi vedere concentrati. Se ti mostri concentrato fai figuraccia, è da pivellini, è come l'ultimo arrivato che suona il piffero e vuol far vedere al maestro che è bravo. Da noi, se si sa far qualcosa, non è che non si tiene a farsi notare. Anzi. Ma se uno vuol farsi notare la sua strategia sta nell'apparenza del non farsi notare. Cioè nel farsi notare ma farsi notare in modo che non sembra egli si voglia far notare. Perchè farsi notare è fare il dippiù. "El se fà et!" (si fa vedere!). Noi si dice "fare il bölo". Che non è il bullo, è più che tutto lo sborone. Nel senso del trombone. Sì, siamo un pò complicati.
Insomma il veterano della banda attuava questa strategia rustega. La cosa migliore era allora suonare ma come se fosse l'ultimo dei pensieri. Quasi con sufficienza, come se toccasse. "Son qua và, và che suono". E ognuno aveva il suo stile. Nel mentre della banda, il Cornelio col suo vicino di piffero spesso parlava di cani. Da caccia. Che il suo era un fenomeno. Sì sì, cane da ferma. Mai visto un cane così. E quella volta... e tacava a raccontare. Poi però la banda doveva partire. E allora via dietro. Filufilàfffilàlllàlllààààà filufilàffilàffilàffilààààà. Suonava il clarino lui. Ci fu una volta che tacò a suonare ma tutti lo guardava male. La processione aveva troncato sul nascere un'animata discussione sul forcello ed erano partiti come una schioppettata dietro al santo. Processione con la statua e il vescovo e i preti e tutta la gente. Ostia suonava tutto storto "Ma coss'è, ma com'ìla, ma se ma no ma" e il vicino di piffero, che evidentemente la sapeva più lunga "Cristo ma edet mìa che te ghet i foi al contrare??" (ma non vedi che hai lo spartito al contrario??) "Aaaaa 'm parìa a me, a'm parìa osti!" (Aaaaaa mi sembrava mi sembrava!) Filufilàfffilàlllàlllààààà.

Un'altra volta erano a Berbenno. C'era il rientro degli emigranti e si faceva il gemellaggio con la banda svizzera. C'era tutti, quelli locali e quelli svizzeri, che si era tutti amici e ci sarebbe stata la messa, poi il concerto e poi tutti all'osteria a mangiare e bere. E si sa, se c'è foresti è bene far vedere che loro è foresti e noi del posto. E che noi si sta al passo coi tempi, che la valle non è mica un posto di quelli che abitano sui monti e non conoscono il mondo. Tutti a prenderci per dei montanari buzzurri retrogradi orsi scorbutici 'sti svizzer del'ostia!  Sano orgoglio valligiano guidò il lieto congresso. E si sa, c'è chi stempera meglio e chi meno. Chi dissimula, chi somatizza, chi sbotta, chi beve ed è tutti amici.
Il Mario detto "Plècia", fratello dell'Onore, quello dell'acqua, suonava i piatti. Ci dava di quelle sverghe da far sbiellare i timpani all'uditorio nel raggio di 100 metri. Stdschhhhhhhhhh!!! Caratterialmente il Mario era uno piuttosto nervoso. Di quelli eh eh eh dai dai dai valà valà valà! E balbettava. Smilzo, nerboruto e spinoso come un cornale, c'era poco da raccontargliela.  Fatto sta che si presentò al mattino in piazza tirato a lucido e teso come un archetto da bracconiere. E mentre tutti si preparava, montava tromboni e clarini, districava spartiti e ciacolava, lui era già là impaziente in piedi coi piatti in mano che vibravano nelle mani vibranti.
Pioveva di maledetto. C'era italiani tutti a destra e svizzeri tutti a sinistra. E il maestro in mezzo, a prenderla, ch'è più epico. In onore agli ospiti, dirigeva il maestro svizzero. Che era poi uno di Costa strapiantato là. Però ci aveva la erre moscia dell'emigrante adesso. E con la erre moscia anche un algido puzzo sotto il naso di quello che aveva oltrepassato gli Almenno e fatto fortuna in terre estere. "El laùra ala Scio 'ffon!" (lavora alla Chaux-de-Fonds) dicevano. E lui ora guardava il lieto gruppo trombaro con l'aria soddisfatta e deferente del condottiero che è appena tornato vincitore dalla lunga conquista.
Chi suona o canta in coro lo sa, prima di affiatarsi con un nuovo direttore ce ne vuole. Cambia un sacco di cose, il muso, il carattere, il senso, lo sguardo, le mosse, il gesto. Il gesto.
Ora lo svizzero attaccava prendendo un primo lento respiro d'ispirazione, completato da un secondo più deciso che preludiava in una brevissima frazione di secondo al vero e proprio attacco. Era un avvio in tripletta che i suoi conosceva bene. No i valligiani però. No tutti almeno, quelli che non aveva avuto il tempo di provare prima. Col fieno da fare ostia! I se 'ncule pò a i svizzer, come 'n suna 'n suna! (s'inculino, come viene viene!) Era il lieto congresso estivo degli emigranti.
Il Mario, manco a dirlo era tra questi. Ed ora era lì teso come un bacchetto da bracconiere mentre la martora sta infilando la testa nell'asola del cappio.
In apertura, solenne, Inno svizzero.
Il maestro della Scioffon raccolse il suo primo respiro, lungo, ispirato, fraterno. Caricò dentrò di sè tutta la potenza da infondere ai musici. Sul terminare della prima fase d'inspirazione preparò il secondo più deciso respiro preludiante eeee
STDSCHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH!!!!!
L'archetto era scattato. La martora era scappata. Il Mario aveva frainteso l'attacco. Il maestro svizzero aveva interrotto il coito. Paonazzo, lo fulminò all'istante: Fesso!!

Un'altra volta erano in Fuipiano. Agosto, festa della Madonna. Fuipiano è il tetto della Valle Imagna ma all'afa di questo non gliene fregava niente e s'era arrampicata fin lassù. La processione era dopo la messa e bisognava stare a crepare là dentro mentre il don Amadio tuonava dal pulpito le virtù della Madonna contro le sottane peccaminose delle villiche? Ma no, fuori i musici, sotto le volte del porticato a prendere il fresco e ciacolare, con la gente pressata in chiesa come le sarde e come le sarde madida di unto gocciolante, le porte spalancate per far corrente e l'incenso a deodorare ogni ora pro nobis.
Gli strumenti era poggiati un pò come veniva, sul lastricato, sul prato, sul muretto. Sul muretto. La gran cassa lì in bilico con mazze accanto. Ciacola e gesticola e grigna in silenzio e picchiaci dentro. Le mazze rotola giù dal prato. Che a Fuipiano c'è più forza di gravità che in altre parti. Tutto è inclinato. Figuriamoci il prato.
E rotola rotola le mazze e vaca'mpestada ve fò la madona! Rincorrerle? Macchè. Pronti i riflessi, il gran cassiere non ci pensa su due volte. Piedi nudi, scarpe in mano, via col tempo! Tum tum tum tum tum tum

mercoledì 10 novembre 2010

Bao

Sono molto legato a mio fratello. Sì insomma, magari non avremo 'sto dialogo, ma io negli anni ho sviluppato nei suoi confronti una certa devozione, quella che ti porta a pensare che qualsiasi cosa l'altro faccia sia sempre la migliore che si potesse fare in quel momento. Beh, diciamo quasi sempre. 
Insomma se non fosse stato per lui magari ora farei parte di quell'altra metà del mondo, quella che odia i Pink Floyd (che come è noto o ami o odi). Invece lui aveva una cassetta a nastro magnetico blu con le ruotine bianche e ci aveva registrato tutto Wish you where here. Una sera la misi per sbaglio nello stereo (aveva anche una bomba di stereo mio fratello) e quando udìi per la prima volta il possente accordo di Shine on you crazy diamond librarsi nell'aria la mia vita cambiò. Potere della musica.
Mio fratello era ed è un mattacchione. Un pomeriggio di piena estate, un anno che non ricordo, noi si era in vacanza. Lui studiava perito, io ero dai preti per quasi tutto l'anno e d'estate ovviamente ci si incrociava. Lui stava preparando la maturità. Andava a studiare a casa di mia nonna, poco lontano da noi, sulla strada per le fonti, sulla destra, prima del vecchio garage degli autobus SAB, accanto alla casa della zia Ermelina. Era una casa fantastica per giocarci. Sul davanti c'era un giardino delimitato da siepe con al centro un gran caco fertilissimo. L'ho sempre visto carico e arancione fino a scoppiare qual caco. Dietro c'era un gran prato a rive (le "sèe", come le chiamiamo dalle nostre parti) e in mezzo al prato c'era un gran noce e lo stallino col fieno di fianco. Caspita, una volta era tutto gran. Poi, meraviglia, c'era il pergolato un pò a fianco della casa, sul davanti, che dava sulla strada. Io non so perchè, ma per i pergolati ho sempre avuto una sorta di venerazione. E' come se avessero qualcosa di sacro. 
Dunque, mio fratello studiava là, sotto il pergolato, per star tranquillo. Perchè a casa nostra si sentiva il cane dei Durì che spaccava i coglioni tutto il santo giorno. Io allora andavo quotidianamente a trovare mio fratello.  Facevo cioè quello che faceva generalmente il cane. 
Bé, quel pomeriggio arrivo su con la mia graziella rossa e c'è dei fogli lì per terra, davanti al tavolo. Lui seduto che studia Me li raccogli? Io ovvio che solerte e tutto contento li raccolgo. E in quella mi arriva da sopra un improvviso uragano estivo in formato tascabile. Aveva sistemato una bacinella d'acqua sulle travette del pergolato e, complice una pratica cordicella fantasma, mi aveva gavettonato.  
Mio fratello era ed è un burlone.
In un altro di quegli afosi pomeriggi (chè l'afa arriva anche in Valle Imagna e non scherza, fa niente se c'è il Resegone a stoppare fiero la valle a nordovest) io e lui si beveva caffè. No della moka però. Quello solubile, che all'epoca era una figata, ti faceva sentire emancipato, moderno. Che schifo 'sto caffè - fa lui. E io sì, effettivamente faceva cagare. Giù zucchero. Giù zucchero. Ma che merda di caffè. Vabbè, l'ho bevuto quasi tutto. Mica ci metteva il sale quel bastardo?! E quello grosso pure. Al mio solo, ovviamente.
Mio fratello era ed è un mattacchione. E ci ha una fantasia notevole.
Periodicamente noi si tagliava erba, siepi, si rastrellava, si raccoglieva il tutto e si portava con la carretta "là in fondo" (o meglio, "fò 'nfunta"), da non confondere con "giù in fondo" (o meglio, "zo 'nfunta"). La localizzazione geografica e genericamente gli avverbi di luogo nel dialetto delle mie parti sono di una complessità e precisione svizzera. Meglio del GPS. Dove il forestiero individua vaghe similarità, il valdimagnino autoctono percepisce sottili e precise definizioni di orientamento che hanno del prodigioso. Così "là fò" significa "laggiù" ma "fò là fò" significa "proprio giù là!". E "fò gliò" significa "lì vicino ma non troppo", il che incarna splendidamente il costume delle mie parti di non dare troppa confidenza al birro.
Ad ogni modo, noi si portava l'erba là in fondo, ossia, si attraversava l'orto, si percorreva un breve sentiero nel bosco e si arrivava ad una piccola valletta laterale dove scaricavamo il taglio. Questo se si tagliava a monte della casa. Quando si tagliava a valle si portava invece "giù in fondo", sul ciglio del provinciale che dava sui gorghi del torrente Pettola.
Ma è "là in fondo" che divenne il luogo del terrore della mia infanzia.
Quando si andava a scaricare la carretta io seguivo e facevo il secondo. Non fosse mai che lasciassi mio fratello alla guida da solo nel bosco! Arrivati in fondo lui abbandonava a terra la carretta senza scaricarla, si irrigidiva, si girava piano e mi appariva trasformato. Aveva un occhio socchiuso e uno spalancato, i denti digrignanti di lato e la mandibola tesa dallo stesso e CHHHHHH...CHIIII SEEEIIII? COOSAAA VUOOOIIII...IOO SONOOO IL BAAAOOOOO!!! Io mi terrorizzavo di brutto e piagnucolavo Non sei il Bao, sei il Davide NOOOO NOOON SOONOOO IL DAAVIIDEEE, SOOONOOO IL BAAAOOOO io continuavo a piagnucolare spaventato ma non scappavo via. Ci avevo i coglioni io!
Poi mio fratello tornava normale, come se tornasse da una possessione momentanea. Non lo faceva sempre, solo a volte. E quindi ogni volta ero sul chi va là. Ma non scappavo mai. Chiedevo chi fosse il Bao, da dove venisse, come diamine facesse ad avere le stesse fattezze di mio fratello, solo un pò più brutto e coglione ma...niente.
Più avanti provai a fare io il Bao con mia sorella più piccola. Ma non era la stessa cosa.
Perchè sia quel che sia, mio fratello era ed è mio fratello. E il Bao esisteva ed esiste davvero!


sabato 6 novembre 2010

Porno Retrò

Il viale affollato, gente dal collo infossato nel bavero, ch'è ormai freddo e sbuffa il fiato di sotto i cappelli. Grigia l'atmosfera, ma quel grigio oro che di novembre par caldo caldo, e la stazione, in fondo al viale. 
Gli sto alle calcagna alle persone. Non faccio mica apposta. C'è talmente tanta gente che non riesco a deviare la traiettoria, e loro và a stantuffo, e io ho fretta, e che palle quelli che non tengono la loro traiettoria precisa, lì! vai dritto! no zig zag! ch'è automatico, una legge fisica, che se cerchi di passarli a destra loro vanno a destra e se cerchi di passarli a manca loro và a sinistra, diamine! e il marciapiede è quel che è qua in questa città provincialotta e saputella, mica come a berlino, ooh cazzo che marciapiedi a Berlino, autostrade! 
Và và và, vado dritto e lo prendo. Che figura. Ma chissenefrega. Tanto mica mi conosce quello dell'edicola. Poi dietro al calcagno della gente ci si nasconde. Eee la fretta nasconde, sì sì. Ma và là mica mi conosce chissenefrega. Che sarà poi eh? Voglio prenderlo, poi me lo guardo. Un bel pornazzo. Uno di quelli di una volta. Che poi oggi dicono c'è tutto sull'internet. No, voglio la carta, voglio la materia. Che poi coll'internet chissà cosa succede, che ti colleghi e poi ti salta giù il virus! Anzi poi ti beccano, ecco! Che guardi i bambini, e magari mica te ne frega dei bambini a te! A me non me ne frega dei bambini, i bambini son bambini, ma come si fa a pensare quelle cose lì coi bambini! Merda! Voglio un pornazzo, normalissimo pornazzo e basta, tettone, culoni e basta! Macchèinternetmacchèinternet!....
Io mica ce l'ho l'internet ostia... insomma farei più alla svelta senza tante balle... osti che figura però, cosa gli dico a quello? "Un giornalino porno, grazie" con la "o" aperta, certo... e poi se va oltre? Se fa domande? "Quale vuoi?" Ostia mica lo so quale voglio, ce n'è un sacco e poi son tutti uguali no?! Un porno, un porno cazzo, un pornazzo e basta, dammi il primo che ti capita pirla! Senza farlo sapere a tutti che sto prendendo il porno, che tutta sta gente cosa minchia ci fa in giro osti!
Là dalla strada... speta che l'è rosso. Ufff tutta sta gente osti! E questo cosa guarda?
Verde.
"Un porno" nonono "Un giornaletto di quelli là" macchèmacchè... I titoli cazzo, non so i titoli! Gli dico un porno e basta cazzo, sarò mica il primo pirla che gli compra un porno a sto edicolante di merda!
Edicola.
Speta che mi fermo...osti, non mi ferma, quanta gente che gh'è... arda arda il Tex...dietro dietro, su su, là là "midica?" "Gazzetta gazzetta"...bastardi tutti...

venerdì 5 novembre 2010

Silenzio! e polpettone

Ti piace leggere.
E’ una tua certezza, un tuo personale credo. Non puoi farne a meno. E’ una pratica che rende la tua vita più vera. E’ paradossale che l’allontanarsi dal concreto e tuffarsi in mondi inventati graficamente renda più reale il reale. E’ paradossale ma è così. Magia della lettura. E non si può dire che tu in quella voglia rifugiarti o scappare da chissacchè. No, non li hai più quindici anni e i sospiri dietro i poeti maledetti e i Gun’s a palla per avallare il tuo vaffanculo alla madre e le pagine del diario consumate dietro a quelle stronze che sistematicamente quando le punti non ti cagano nemmeno di striscio cazzo!
Leggi per leggere. Puro piacere di accostare una parola dopo l’altra e un’altra ancora e vedere crearsi passo passo un altro mondo da abitare. E poi tornare in questo.
Leggi in treno, rigorosamente. E il treno lo prendi ogni giorno. E direi che il treno per te ha senso nella misura in cui ci si può leggere. Puoi salire su un treno senza il biglietto, ma non puoi certo salirvi senza un libro!
Come stasera, seduto accanto al finestrino del terzo vagone Bergamo-Milano, 18.02, nessuno davanti, nessuno di lato, nessuno di dietro, due ragazze in fondo a sinistra ipnotizzate dall'ipod, un nero a destra, un'innocua signora con trolley poco più avanti, dunque dov'ero? Ah sì avanzavano, Gollum davanti dondolandosi come un'anatra, sibilando e imprecando; Bilbo dietro è in partenza dal binario 4 ma che due palle si sarà fatto il tizio degli annunci FS a dire tutti quei nomi e quei binari e quegli orari e quelle stazioni?? mah chissà silenzioso come solo uno hobbit può esserlo. In breve arrivarono a un tratto del tunnel dove, come Bilbo si era accorto scendendo, si aprivano dei passaggi laterali.. la vespertina quiete pendolare del treno impregna l'atmosfera, è un leggero cullare scandito dal metronomico trambusto delle ruote sui binari o sarebbe meglio dire trenobusto? eheh buona questalcuni da una parte, altri dall'altra. Gollum si mise subito a contarli... In breve arrivarono a un tratto dal tunnel dove, come Bilbo si era accorto scendendo, si aprivano dei passag... In breve arrivarono a un tratto dal tun...
Sonno. Splendido quando ti coglie caldo e avvolgente mentre leggi. La sera al tramonto mentre il locomotore ti canta una nenia ferrata. Leggere è anche questTUELAAOUEOUEJENSEPAAAHAHAHAHHANONOTUPEUPEUNONOAAHAHJEAPPLETONFRER…………………………………………………………………………………………………………..............................................Ma che è ‘sto uragano gutturale imprevisto??? Una tempesta vocale dritta dritta nel timpano...
NONOTUPEUUNONOAAHAHJEAPPLE...NONONAHAHA…………………………………………………………..No! pensi affranto...No! Il senegalese al telefono. Il terrore di ogni pendolare. JELSEJELSENOJEDILUIQUEJENPEUTPA! onnno cazzo no nonono, ma perché??? Perchè qui, perchè ora? E prendi il treno prima no? Oddio non sta telefonando. Sta asfaltando. Un rullo compressore baritonale che abbatte qualsiasi soglia di tolleranza sonora. E per di più c'è un meccanismo strano in te, uno switch automatico malato per cui la tua attenzione viene costantemente rapita dalla presenza dominante del momento. Schiavo del più forte. Sei un vergognoso don Abbondio cognitivo.
E allora UIOUIJELSENOJEDILUIQUEJENPEUTPASEJELSENOJEDILUIQUEJENPEUTPA!! Bastardo io non ce l’ho mica coi negriBilbo si era accorto scendendo, si aprivano dei pasma perché urlano a quel modo nel telefono??!! Ma uno nn ha il diritto di starsene tranquillo sul suo sedile, nella sua calma, nelle sue fottute frustrazioni autunnali???In breve arrivarono a un tratto del tunnel doveBastabasta bastaaaaaaaaaaaaaaaa!!!

E l’ultimo ti esce per davvero. La verità si fa parola. E tutti ti guardano, anche il senegalese, attonito. E allora Che cazzo avete tutti facce da cazzo?! Silenzio! Silenzio! Perepepepepeperepe!!!!! 

È in quella che il muso del treno d’un tratto s’accartoccia, sfascia e decolla faccia a faccia con l’altro convoglio dritto in fronte, un bacio appassionato e fusionale tra le lamiere e brandelli di uomo polpettone ripieno di sangue all’acciaio. Da lontano qualcuno sente il botto e Silenzio! borbotta e il fumo ormai alto sullo stiacciato. Che il polpettone FS è appena sfornato. 

venerdì 15 ottobre 2010

Sincera

Sul viale, rincasando, sul tardi, la giornata al termine. Scampati dalla rampa della stazione del metro, che è buio e t'inghiotte e ne esci come un miracolo. Che scende come un budello nelle viscere della terra. Chiacchiere di femmina in carriera. Incedere accondiscendente di uomo abbracciato e rassegnato alla sua 24ore.
Lei: «No beh, ora, parlando sinceramente...» 
Lui: «Come "Ora"? E finora? E' un'ora che mi sfondi lo scroto con le tue stronzate e adesso mi dici "parlando sinceramente" solo ora? E chi mi rende tutto il tempo perso, e che me ne faccio allora di tutto il tuo fumo venduto in un'ora, in questa maledetta ora d'ascolto gratuito e frustrato, bastarda!». La colpisce, e la colpisce, e la colpisce, e la colpisce, e la colpisce, e la colpisce, e la colpisce, e la colpisce... e il viale è ormai tonalità notte, la tonalità per rincasare, sul tardi.
Non sottovalutiamo la pregnanza mortifera dei modi di dire.