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sabato 30 agosto 2014

Il boicottaggio del canto mancato

Vi racconto di un canto. E di come mi fu di grande giovamento (per dirla con gli antichi).
È un canto che si canta in coro, ma volendo anche semplicemente da soli, sotto la doccia, mentre si falcia, mentre si temporeggia alla fermata del bus o si fischietta per nascondere di averla fatta grossa; è un canto fantastico, avendolo scritto io.
No questa è una bugia; non il fatto che sia fantastico, ma che l'abbia scritto io. Io ho solo aggiustato la metrica e messo la musica; il testo me lo portò ormai parecchi anni fa il Francesco Roncalli di Cà Loz, detto "Biscio". "Arda se te ghe rìet a fà det vergòt!" mi disse. Che non era uno sproloquio, come potrebbe sembrare, ma un invito a ricavarci qualcosa di musicale.
Ormai sono 15 anni da che mi sono messo a dirigere il coro della Combricola, che un tempo era un gruppo di amici camminatori e canterini e molto altro, e poi è diventato il Coro CAI Valle Imagna. Per me è praticamente una seconda famiglia, e non starò a dilungarmi sulla sua storia perché ciò merita come minimo un altro post, che scriverò come sempre nella prossima pausa tra i miei connaturati picchi di pigrizia creativa.
Insomma, fin da subito, quando iniziammo il coro, il Biscio iniziò a produrre testi poetici, fatti di immagini plastiche, ruspanti, genuine e profonde. Esattamente impastate quindi della natura del canto popolare.
Un giorno quindi mi arrivò con un fantastico notturno dedicato alla Valle Imagna; ci lavorai e ne venne "Aldemagna al ciar de lüna". Ormai lo avremo cantato qualche miliardo di volte, e più lo sento... "più ti piace!" direte voi. 
Ebbene no, più lo sento, e più mi convinco che sono un cazzone e che avrei potuto scriverlo decisamente meglio. La storia della musica è piena di testi alla cui mediocrità ha riparato mirabilmente la veste sonora; il mio è precisamente il caso opposto: il testo salva una scrittura musicale che è a dir poco immatura, spigolosa, ruspante. Ma, potenza della sinergia creativa, il canto ha un suo fascino.
Tutto ciò venne immortalato, complice ignaro mio padre, durante una delle numerose avventure del coro.

Non mi ricordo esattamente che anno fosse; il coro della Combricola venne invitato a cantare ad un cenone di capodanno alla Villa Ortensie di Sant'Omobono Terme, la storica villa "dol sciùr Rossi", con annessa porcilaia, poi riattata a Hotel Termale, sita dopo Cà Bertola, sopra le altrettanto storiche terme solforose comunali. Tra parentesi, è di assoluto fascino il fatto che, tra zolfo e porcelli, l'acqua della fonte abbia acquisito le tanto decantate proprietà benefiche. (Bevetevela voi, comunque).

Insomma, venimmo invitati a questo capodanno. Fu un evento mondano a tutti gli effetti, con vips vari, credo pure politici. Il tutto venne poi ripreso da TeleLombardia. Il coro ovviamente fremeva; la sola idea di comparire in televisione dava alla testa, nemmeno fossimo stati invitati a San Remo.
Io, scettico per natura, uso a vistose punte di cinismo e paranoia, avevo accettato la cosa di malavoglia; di TeleLombardia francamente non me ne poteva fottere di meno e il nome di quella televisione mi faceva solo venire in mente le pubblicità dei telefoni erotici che guardavo di nascosto nottetempo da ormonale adolescente. Tra l'altro venivamo già da un'esperienza televisiva deprimente vissuta grazie alla stessa simpatica rete, invitati a partecipare nel contesto di un contenitore di "musica popolare", durante il quale, in due ore e passa di trasmissione, cantammo forse un paio di pezzi, e per il resto facemmo da fondale rustico, rigorosamente in piedi, ad artisti di chiara fama quali I Girasoli, I CantaMilano, Enrico Musiani, Tex Willer, Paperoga e via dicendo. Delle telefoniste erotiche, ovviamente, nessuna traccia.
Ad ogni modo, i ragazzi erano troppo entusiasti, e in qualche modo glielo dovevo, anche solo come ricompensa per la sempre ammirevole dedizione al coro. Quindi, eccoci al capodanno. Destino volle che quella sera avessi 39 di febbre e un raffreddore epocale, ma mi toccò esserci uguale.
Essendo ambientata la trasmissione nel cuore della valle, per far sentire un sano prodotto locale, volli far cantare precisamente "Aldemagna al ciar de lüna". Ma l'imprevisto si verificò nel momento esatto in cui ci apprestammo al canto. All'epoca, ogni brano veniva introdotto da una presentazione di mio papà; si sfilava dal coro, inforcava gli occhiali, leggeva gli appunti scritti coscienziosamente di suo pugno, riponeva gli occhiali e ritornava nel coro; quindi si attaccava.
Quella volta, come molte altre volte del resto, fece però di testa sua. Anzichè leggere solo la breve presentazione, probabilmente considerando che saremmo volati nel network globale, decise che doveva leggere tutto il testo del canto, in modo da facilitare l'uditorio mondiale nell'ascolto; e poichè il canto è in dialetto valdimagnino, dopo il testo lesse anche la traduzione. I tempi televisivi, si sa, sono incalzanti. Se ti dicono "2 minuti", quelli sono. Avvenne allora che mentre mio papà leggeva tranquillo, declamando beato il suo testo, il regista e il presentatore presero a scalpitare e imprecare silenziosamente con la bava alla bocca. Volevano il canto loro, mica una lettura poetica. Io intontito dalla febbre, ero imbarazzatissimo. Finito di leggere il testo con lentezza salmodica, mio papà si tolse gli occhiali e come fece per ritornare nel coro, pronto ad intonare il canto, si sentì uno scroscio di applausi. La claque era partita, ci fu il lancio della pubblicità, la trasmissione venne sospesa. Il presentatore, un tipo belloccio dalla faccia incazzata sempre, con l'aria di uno che non sai mai se ti stia prendendo per il culo (tra l'altro ora fa il politico, mi pare), ci diede una bella lavata di capo. La nostra esibizione era finita. Del bel canto si poté sentire solo il testo recitato. Profetico, direi, no?

Ovviamente, capirete, all'epoca mi incazzai come una iena con mio papà. Oggi ho una visione completamente opposta di quella vicenda. Mi piace pensare che mio papà abbia voluto boicottare quella orribile trasmissione e tutto il mondo fittizio della televisione di matrice commerciale, fatto di sorrisi e applausi finti, di puro estetismo senza alcuna sostanza, lanciando un monito al coro: "non ficcatevi più in puttanate del genere". E così è stato.
Così, ecco come, contro la frenesia del tutto e subito e del "ciò che il pubblico vuole", mio papà si mise a leggere con calma granitica un delicato testo valdimagnino, che inneggia al silenzio e alla contemplazione notturni.
A ripensarci, sorrido di gusto.

Ecco il testo:

Quando'l sul el se slontana,
pusa i fò dol Pertusì
entat che'l Pai le specia i stele,
berlùs ol ciel du blö turchì...
Belasì spunta la lüna,
fò söl col de Malanòc 
col Rasigù de sentenèla
che'l fa la guardia dè e noc...

La rösada sura i piöde
ol so ciar la fa berlùs
la Aldemagna la se stèma,
la fa de spec al sò bel müs 
Suna i ure i campane,
canta i gai fo 'ndi polèr
senza rumur se smorsa e stele
e belasì se sveglia'l sul...

Aldemagna al ciar de lüna
al ciar de lüna e sota e stele
te sì öna di piö bèle.

E la traduzione

Quando il sole si allontana
dietro i faggi del Pertusì
mentre la Costa del Palio aspetta le stelle
il cielo splende d'un blu turchese.
Pian piano spunta la luna
sopra il Colle della Malanotte
con il Resegone di sentinella
che fa la guardia giorno e notte

La rugiada sopra i tetti
fa risplendere il suo chiarore
la Valle Imagna se ne gode
e diventa uno specchio al volto lunare.
Le campane suonano le ore
cantano i galli nei pollai
senza rumore si spengono le stelle
e pian piano si sveglia il sole. 

Valle Imagna al chiaro di luna
al chiaro di luna e sotto le stelle
sei una tra le più belle.

E già che ci siamo, la cantiamo:



martedì 8 aprile 2014

Carnevale (odio il)

Odio il carnevale. Visceralmente. Non è un odio immotivato; c'è un'antipatia a pelle che risale alla mia infanzia e, credo, alla mia prima delusione amorosa.
Credo fossero i primi anni delle elementari; e come in tutte le scuole elementari che si rispettino, tutti bisognava fare il carnevale. Un dictat che se non rispettato precludeva l'accettazione nel gruppo. Vestirsi da deficienti, soffiare stelle filanti, lanciare coriandoli, mangiare chiacchiere, scherzare per forza, giochi di gruppo, felicità fittizia benevolmente esposta.
L'unica cosa che mi piaceva del carnevale era che la nostra maestra poi, nel pomeriggio del martedì grasso, ci invitava a casa sua e si faceva una festa solo per la nostra classe; c'erano un sacco di cose da mangiare e io scoprivo i popcorn e la coca cola, che era tabù perchè, dicevano, conteneva una droga che creava dipendenza e per la mia mente ingenua e bambina era un attimo rivestirla con il fascino del proibito e del peccato.
A casa della mia maestra c'erano un sacco di cose che non avevo mai visto, anche una tastiera bontempi a ventola con i pulsanti per gli accordi che per me aveva il fascino di un Cavaille-Coll. C'erano le sue figlie che erano più grandi e già molto belle e noi le si vedeva come due principesse già use al mondo, perché erano le figlie della maestra, e perché probabilmente mangiavano popcorn e coca cola tutti i giorni.
Ma soprattutto a casa della mia maestra c'era la mia maestra, che io adoravo. Ma adoravo proprio; e la mia non era solo stima e rispettosa venerazione per colei che cercò di piantarmi nel cervello i pilastri dell'istruzione e della cultura. Era molto di più; insomma, io ritenevo la mia maestra una gran gnocca.
E allora ogni pretesto era buono per farmi bello ai suoi occhi; ed ero gelosissimo. Cercavo di primeggiare in tutto perché lei mi notasse.
Quell' "in tutto" aveva ovviamente oggettive limitazioni; una su tutte era la ginnastica, in cui sono sempre stato una vera schiappa, mentre i miei compagni maschi erano a confronto degli stambecchi. Soprattutto il Domenico e il Roberto, che correvano come degli ebefrenici e avevano una resistenza fisica da balilla. Domenico poi aveva inventato un modo di correre che invece del comune pugno-chiuso-avambracci-alti-in-alternanza, prevedeva avambracci ribassati, sempre in alternanza, con l'estensione del palmo delle mani a dita unite. "Si taglia l'aria, così" diceva. 
Quando si giocava a "Prendersi" o a "Toc" - evoluzione del Prendersi in senso futurista, sia per la velocità dell'azione che non richiedeva l'afferrare ma anche un semplice sfiorare, sia per la sostituzione dell'infinito riflessivo sostantivato con l'onomatopea - era impossibile sfuggirgli. Era anche un maestro del "ri-Toc"; cioè, quando si veniva presi, o meglio, "toc-cati", se si era abbastanza veloci, si poteva subito "ri-Toc-care" il cacciatore che non era stato abbastanza svelto nello scappare dopo la "Toc-cata". Se eri cacciatore e avevi il culo di raggiungere il Domenico e sferrargli un Toc, manco ti accorgevi, che lui ti aveva già rifilato un ri-Toc e contemporaneamente sfondato lo sterno.
Domenico tra l'altro, a palla prigioniera, tirava di quelle sberle che ti stendeva sulla ghiaia del cortile e restavi lì mezzo morto finchè non arrivava la bidella al pomeriggio a dirti che la scuola era finita ed erano iniziate le vacanze. Un giorno cercai di emularlo, mi uscì un tiro della madonna, ma presi dritta dritta in pancia la Patrizia, che tra l'altro era la mia morosina, e che quindi non mi guardò più per una settimana almeno.
Il Roby poi aveva anche le mucche; e quindi, quando si faceva scienze, lui era sempre sulla bocca della maestra perché lui era un esperto di animali. Cioè, i suoi aveva un allevamento bovino e di diritto lui aveva anche una laurea in scienze agrarie? Che cazzo di logica. Poi un giorno si organizzò addirittura una gita d'istruzione al Piazzo dove aveva casa, terreni, stalla. Insomma, fu dio per un giorno. Per me, l'inferno. Ovvio.
Anche l'Ettore era più veloce di me, ma con lui ero più indulgente, se non altro per questioni territoriali, essendo entrambi del Pa-da-gris. Finita scuola, io e lui avevamo il privilegio di salutare per ben due volte la maestra, sissignori. Finita scuola la maestra saliva sulla sua Lancia Delta HF e partiva alla volta di casa, a Selino basso; la strada che doveva fare era dunque dalla Piazza Mazzoleni, arrivare giù al Centrale, svoltare a destra e imboccare il Viale alle Fonti. Il nostro territorio. Allora, noi prima si salutava il Delta HF tutti insieme in piazza. Poi il Roby passava la Morla e andava verso il Piazzo mentre il Domenico si arrampicava su per il Rizzolo con le donne della alta; e io, l'Ettore, la Consuelo e la Federica giù per la scorciatoia a volo spaccacaviglie, taglia il Pettola sul ponticello, sbuca a lato del vecchio filatoio, su alla svelta sul provinciale, e vai col secondo saluto alla maestra che passava. Solo che io arrivavo ultimo; e quindi praticamente salutavo il baule del Delta HF.
In tutto ciò, non mi rimaneva allora che essere perfetto a scuola. E devo dire che non me la cavavo male. Ma testone come pochi, finivo in eccessi. Come quella volta in geografia. Reduce da una verifica praticamente perfetta sulla montagna, avevo abbracciato il partito montano a tal punto che rigettai totalmente la controparte, ossia il mare, bollandolo come roba da femminucce. Notoriamente la montagna è più maschia, no? Così, militante del Nuovo Partito Montano, lanciai filippiche contro tutto ciò che aveva sentori marini, arrivando pure a rifiutarmi di svolgere verifiche sull'argomento; fu poi la maestra a condurmi a più miti consigli.
La mia gelosia si riversava anche su concorrenti più importanti; in terza elementare infatti arrivò il maestro di matematica. Il terribile maestro Rosario, che era la versione siciliana di Antonello Venditti. Non che facesse alcunché di strano per alimentare chissàcchè gelosia; però era un pari della maestra, e forse anche un po' beccone, e quindi lo si guardava con sospetto.
Lui non dava voti secondo la normale scala riconosciuta di male, bene, bravo, bravissimo, ottimo e declinazioni varie. No, se andavi bene lui dava "ok!", una parolina che sapeva di moderno e che quindi era tabù quasi come la coca cola della maestra. Se andavi male dava "male". Così ti ritrovavi, già in tenera età, incasellato in un inequivocabile schema manicheo. O pecora o capro. Inoltre il maestro aveva un'ossessione per le biro "Bic" e aveva avviato una vera e propria campagna di eliminazione sistematica delle Papermate cancellabili. "Solo Bic!" era il suo motto; tant'è che ci venne il dubbio che avesse qualche interesse a riguardo; tipo che acquistasse azioni Bic in borsa o roba del genere.
Comunque, per tornare al carnevale. Fu proprio in occasione di una di queste insulse ricorrenze che, colto da trauma, mi risolvetti di desistere dalle mie mire conquistatorie. 
Eravamo in piazza. La festa impazzava e tutti si ostentava allegria. Non so come, ma qualcuno doveva aver avviato un giochino coi coriandoli che contagiò anche la maestra. Il giochino consisteva nel chiamare uno alle spalle, farlo girare e di botto lanciargli una manciata di coriandoli in faccia. Fu così che totalmente ignaro mi sentìi chiamare da dietro dalla maestra, mi girai istantaneo e, forse complici le adenoidi, mi ritrovai un pugno di coriandoli in gola gettati dalla mano di lei. Tutti a ridere. Io a sputacchiare invece, e trattenere i lacrimoni, perchè colei mi aveva tradito.
È precisamente per questo che odio profondamente il carnevale.  




prima fila, da sinistra: Patrizia, Roberto, Federica, Ettore;
seconda fila, da sinistra: Moira, Elena, Consuelo, Irene;
terza fila, da sinistra: Io, maestra Tiziana, Domenico.


venerdì 4 aprile 2014

Le sommarie escursioni di FM #1 - Costa del Palio

Sperimentazione. Domenica mattina mi concedo puro ossigeno valdimagnino e mi inerpico su per la Costa del Palio, sopra Fuipiano. All'inizio del sentiero mi viene questa malsana idea: «ma perchè non faccio un reportage dell'escursione?». Detto, fatto. Solo che io non sono un regista, i mezzi che ho sono decisamente precari e le conoscenze del luogo sono per lo più affettive e decisamente lacunose. 
È così allora che nasce un' "escursione sommaria".
Buona visione.






lunedì 10 marzo 2014

La grande retata del '93 e il Diario segreto di Max

Era la primavera del '93. Era l'età in cui normalmente gli ormoni esplodono sottopelle, soprattutto se la pelle è quella di un branco di adolescenti chiusi tra le mura di un seminario, costruito come fortezza sui bastioni della Città Alta di Bergamo, circondato da viette dove sul far del disgelo amano passeggiare leggiadre e spensierate procaci universitarie dagli abitini svolazzanti. 
Chissà se i geniali architetti e geometri che hanno progettato quella spirituale fortezza in sì ameno loco, oltre che a fare scempio col cemento di secoli e secoli di storia romana e longobarda (vedasi a tal proposito l'interessante volume "La grana del Seminario" di Carlo Simoncini), avessero pure in testa quella sottile tortura ormonale cui vennero sottoposte orde di ingenui seminaristi ivi ospitati negli anni successivi alla ristrutturazione.
Scempi a parte, era la primavera del '93; e come tutti i quindicenni che si rispettino, sentivamo prepotente il richiamo della fica. Solo che, a differenza di tanti coetanei che pescavano a man bassa la materia prima frequentando licei e istituti traboccanti del mondo secolare, noi non si aveva affatto materia prima. Al massimo si poteva sperare in qualche incontro ravvicinato rincasando il sabatodomenica. Allora i più arditi, tornando sul colle la domenica sera, raccontavano di pazzesche avventure erotiche (innocenti limoni, o poco più) avute nei meandri di qualche oratorio o sugli spalti di qualche stadio paesano, galeotta qualche partita alla buona del csi il sabato pomeriggio, o nel dopocatechismo ai crocicchi delle strade, di nascosto dagli occhi della pettegola gente di paese. 
Ci fu un giorno in cui però il peccato mise davvero piede tra le mura della fortezza; qualcuno con fare davvero eroico osò; e, merito suo, comparve beffardo e danzante il demonio tra noi.
Il demonio aveva allora la forma variopinta di giornaletti porno delle più variegate fogge. 
Ah, il giornaletto porno! Quanta poesia. In un epoca in cui basta un click per poter accedere senza particolari restrizioni a virtuali supermercati di pornografia, il pensiero al giornaletto da nascondere e spiare in segreto rimanda a un mondo innocente e perduto che fa tenerezza. Un po' come le ragazze Cin Cin di Colpo Grosso, con i capezzoli coperti da stelline, o il video di Boys Boys Boys di Sabrina Salerno col costume bagnato. 
Insomma, si iniziò un fitto commercio sottobanco di sensuali figure muliebri da far impallidire anche Al Capone all'epoca del proibizionismo. La fervida creatività che ci caratterizzava portava ad escogitare i più svariati espedienti evasivi, dal mascherare la merce all'interno di vecchi Rocci in posti defilati della libreria personale, al ricavare specifiche nicchie a combinazione negli anfratti dell'edificio; qualcuno più spavaldo si permetteva di nascondere il materiale nel cassetto in camera; certi trovarono rifugio in qualche falsostipite della palestrina, mentre altri che avevano accesso alle aule studio di musica arrivarono a sfruttare le casse armoniche dei pianoforti.
L'oliato meccanismo del contrabbando ad un tratto però si inceppò; colpevole forse una soffiata, o uno dei prefetti (gli assistenti più grandi) dall'occhio più vigile che aveva mangiato la foglia, il movimento venne scoperto. Fu così che le autorità diedero il via ad una maxiretata antiporno di proporzioni epiche.
I prefetti ebbero licenza di perquisire, sequestrare e financo di uccidere. Il materiale scovato veniva prontamente ritirato e (forse) distrutto.
Poi iniziava il terrore. 
Nel silenzioso pomeriggio di studio, un prefetto entrava nelle aule e sostava sulla porta; passava un cospicuo lasso di tempo, durante il quale il suo sguardo vagava sulle teste tremanti piegate sui libri in parvenza di studio; quando giudicava tra sé che aveva infuso abbastanza terrore, pronunciava un cognome. Il malcapitato di turno, dopo aver domato il leggero infarto che lo colpiva, si alzava e veniva condotto nello studio del "Cage", il vicerettore (così soprannominato non perchè assomigliasse a Nicolas Cage, ma perchè aveva la costante espressione di uno seduto sul water). Ricordo lente processioni di condannati con gli occhi vòlti, chi rassegnato, chi terrorizzato, ai compagni che occhieggiavano in muta solidarietà dalle vetrate delle classi. 
Su tutte però, merita particolare menzione la personale tragedia di Max B.
Max B. era un tipo decisamente simpatico e anche un po' fuori di testa; lo soprannominavamo cavallo, sia perché aveva la corsa delicata di un puledro in calore, sia perché, appunto, era matto; da allora, per l'appunto, si dice "matto come un cavallo". Insomma, Max B. fu preso come tutti da quell'anomala scossa ormonale del '93 e fu uno dei più stimati collezionisti degli ambìti giornaletti. Ora, il mondo in quel frangente si divideva in due grandi categorie, gli Osservatori e i Procacciatori. In genere i procacciatori erano ovviamente anche osservatori, ma non necessariamente. C'era anche chi si limitava a procacciare per il gusto di procacciare. Max B. fu però il primo a rientrare una terza categoria, assolutamente più completa e matura, quella di Creatore. Dopo essersi fatto il polso (in tutti i sensi) sul campo, iniziò a imbastire tutto un florilegio di racconti similerotici con la gustosa grammatica del quindicenne ormonico; i racconti venivano redatti su di un quaderno segretissimo a cui lui solo aveva accesso, e che non poteva che chiamarsi "Il diario segreto di Max". Purtroppo l'opera andò perduta proprio in occasione di quella grande retata; l'eredità Maxiana fu raccolta più tardi da Roby L. che tuttavia epurò la sua opera da qualsiasi deriva erotica in senso carnale e vi diede un'impronta più classica, riesumando addirittura l'espediente della donna schermo, giungendo a raffinate punte d'amor cortese.
Qualche fortunato che potè visionare il perduto diario è pronto a giurare che Max B., nel preciso momento in cui veniva depredato della sua opera, fosse sul punto di scrivere il suo Pensiero Ultimo, il sigillo alla sua epica fatica letteraria.
Pare che sull'ultima pagina del Diario, lasciata ahimè in bianco, figurasse l'eloquente titolo: Il Sesso.
Ma null'altro a nessun è dato saper. 



lunedì 3 marzo 2014

Dal barbiere

Di nome fa Dino; di professione: barbiere. Su uno spuntone di terra che si tuffa nel tirreno, a ponente del pelago, la botteguccia di faccia alla piazzetta del vecchio Bordighera, lui è lì senza più barba ne speranza. La barba però la fa venire a te quando inizia a raccontare che "un tempo era tutta un'altra cosa", che "una volta si stava meglio", che "non ci sono più i bei tempi passati". 
Ero in vacanza con la mia famiglia, con la Kika abbronzata e donna e mamma e Irene che scopriva il sale nell'acqua ciucciandosi bellamente il suo gommone esploratore. Quel pomeriggio decido di tagliarmi i capelli perchè a quanto pare col capello corto sono più fico (e perchè incipiendo la calvizie, il capello corto funziona bene da maschera). Mi trovo a Bordighera allora, e c'è la bottega di Dino il barbiere. E siccome voglio fare un tuffo nel passato, ficco dentro la testa e chiedo lo scalpo. Ma quando gli chiedo cosa si può vedere di quella fetta di terra ligure, Dino mi delude, mi delude molto, ancorato al suo paranoico attaccamento all'età dell'oro di Bordighera. Prima era tutto bello, ora fa tutto schifo. E i giovani. E il lavoro. E gli anziani. E il tempo libero. «Ho una casa su ad Apricale, maaa... che vuole che sia?». Dino mi delude, mi delude molto.
Allora, accomodato sulla vecchia poltrona che un tempo vide la venerata mietitura del capello importante del vecchio Bordighera, mi irrigidisco di colpo, gli blocco il braccio e gli dirigo le forbici alla gola e con forza disumana e grido d'animale gli recido di netto la carotide; un fiotto di sangue mi inzuppa il braccio, uno schizzo lorda lo specchio della dolce vecchia botteguccia del vecchio Bordighera. Mi guarda inebetito mentre il velo della morte si stende sui suoi occhi opachi e vòlti alla venerata età dell'oro.
Non è vero nulla. Ma Dino è morto uguale. È morto dentro.
E allora Irene spara una delle sue bombe atomiche sul divano di pezza di quel ricettacolo di noia. Via di là. Su ad Apricale, a mangiare zozzerie fritte e zabaione alla faccia di Dino.
Di nome fa Giulia; di professione: barbiera. Sul lato che un tempo vide passare il trenino per Limbiate della vecchia via Imbonati, lei è lì che sa dire solo "buongiolno" e "taliale capeli". È arrivata dal profondo Est col suo bagaglio di speranza di nuova vita e il benestare del rosso governo cinese che invia i suoi pargoli alla conquista del mondo storto occidentale.
Mi offende, mi offende forte, quando entro a tagliare il capello, per essere più fico (e perchè, incipiendo la calvizie, il capello corto è pur sempre un buon rimedio). Mi offende forte e mi dice «tu pelato, no taliale tanto; talia poco; poi tolnale; io talio melio». Mi offende, io non sono ancora pelato, io sto incalvendo, non ho ancora dichiarato apertamente che geneticamente la mia testa si trasformerà in un piazzale ai caduti, come il cugino Giuseppe (il che prova che la calvizie è genetica, e non serve a nulla ricorrere a ritrovati balordi per eccitare la riscrescita; se però penso che mio fratello e le mie sorelle hanno delle selve in testa, dico che la genetica è una fottuta bastarda che spara sul mucchio a cazzo senza un preciso piano programmatico). 
Giulia mi offende, mi offende forte; ma non la ucciderò, per ora. Giulia mi serve, mi fa sentire a casa in un posto dove sono andato ad abitare sradicandomi dal mio passato. So che se scendo in strada ho un posto dove tagliarmi i capelli; so che lei non si lagnerà per il bel passato andato, ma guarderà al futuro con la sottile speranza che un giorno tutti andremo in giro con gli occhi a mandorla e 36 miliardi di capelli in testa.
Perchè il mio momento è qui ed ora. Fottiti Dino; e brava Giulia (abbasso Vasco).