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lunedì 3 marzo 2014

Dal barbiere

Di nome fa Dino; di professione: barbiere. Su uno spuntone di terra che si tuffa nel tirreno, a ponente del pelago, la botteguccia di faccia alla piazzetta del vecchio Bordighera, lui è lì senza più barba ne speranza. La barba però la fa venire a te quando inizia a raccontare che "un tempo era tutta un'altra cosa", che "una volta si stava meglio", che "non ci sono più i bei tempi passati". 
Ero in vacanza con la mia famiglia, con la Kika abbronzata e donna e mamma e Irene che scopriva il sale nell'acqua ciucciandosi bellamente il suo gommone esploratore. Quel pomeriggio decido di tagliarmi i capelli perchè a quanto pare col capello corto sono più fico (e perchè incipiendo la calvizie, il capello corto funziona bene da maschera). Mi trovo a Bordighera allora, e c'è la bottega di Dino il barbiere. E siccome voglio fare un tuffo nel passato, ficco dentro la testa e chiedo lo scalpo. Ma quando gli chiedo cosa si può vedere di quella fetta di terra ligure, Dino mi delude, mi delude molto, ancorato al suo paranoico attaccamento all'età dell'oro di Bordighera. Prima era tutto bello, ora fa tutto schifo. E i giovani. E il lavoro. E gli anziani. E il tempo libero. «Ho una casa su ad Apricale, maaa... che vuole che sia?». Dino mi delude, mi delude molto.
Allora, accomodato sulla vecchia poltrona che un tempo vide la venerata mietitura del capello importante del vecchio Bordighera, mi irrigidisco di colpo, gli blocco il braccio e gli dirigo le forbici alla gola e con forza disumana e grido d'animale gli recido di netto la carotide; un fiotto di sangue mi inzuppa il braccio, uno schizzo lorda lo specchio della dolce vecchia botteguccia del vecchio Bordighera. Mi guarda inebetito mentre il velo della morte si stende sui suoi occhi opachi e vòlti alla venerata età dell'oro.
Non è vero nulla. Ma Dino è morto uguale. È morto dentro.
E allora Irene spara una delle sue bombe atomiche sul divano di pezza di quel ricettacolo di noia. Via di là. Su ad Apricale, a mangiare zozzerie fritte e zabaione alla faccia di Dino.
Di nome fa Giulia; di professione: barbiera. Sul lato che un tempo vide passare il trenino per Limbiate della vecchia via Imbonati, lei è lì che sa dire solo "buongiolno" e "taliale capeli". È arrivata dal profondo Est col suo bagaglio di speranza di nuova vita e il benestare del rosso governo cinese che invia i suoi pargoli alla conquista del mondo storto occidentale.
Mi offende, mi offende forte, quando entro a tagliare il capello, per essere più fico (e perchè, incipiendo la calvizie, il capello corto è pur sempre un buon rimedio). Mi offende forte e mi dice «tu pelato, no taliale tanto; talia poco; poi tolnale; io talio melio». Mi offende, io non sono ancora pelato, io sto incalvendo, non ho ancora dichiarato apertamente che geneticamente la mia testa si trasformerà in un piazzale ai caduti, come il cugino Giuseppe (il che prova che la calvizie è genetica, e non serve a nulla ricorrere a ritrovati balordi per eccitare la riscrescita; se però penso che mio fratello e le mie sorelle hanno delle selve in testa, dico che la genetica è una fottuta bastarda che spara sul mucchio a cazzo senza un preciso piano programmatico). 
Giulia mi offende, mi offende forte; ma non la ucciderò, per ora. Giulia mi serve, mi fa sentire a casa in un posto dove sono andato ad abitare sradicandomi dal mio passato. So che se scendo in strada ho un posto dove tagliarmi i capelli; so che lei non si lagnerà per il bel passato andato, ma guarderà al futuro con la sottile speranza che un giorno tutti andremo in giro con gli occhi a mandorla e 36 miliardi di capelli in testa.
Perchè il mio momento è qui ed ora. Fottiti Dino; e brava Giulia (abbasso Vasco).